Roberta Bertozzi - Marina Fabbri

Vai ai contenuti

Menu principale:

Testi critici
 

Roberta Bertozz

Quella dell’angelo è da sempre considerata una figura mediatrice. Sorta di anello di congiunzione fra l’umano e il divino, l’angelo è e non è di questa terra: tramite celeste, principe mercuriale e, a tal riguardo, diretto erede di Ermes, il Dio greco della comunicazione, della complicità fra uomini e dèi. 
Per il poeta Rainer Maria Rilke, sinonimo di perfezione assoluta, di integrità e temibile grandezza: il suo corpo è radioso, ieratico – estraneo alle passioni della carne, si offre a noi come pura luce intellettuale.

Marina Fabbri coglie al contrario una specie di esordio della forma angelica, ritraendola allo stadio di crisalide, ancora incerta se assecondare la via della trasfigurazione, del tutto intrisa di terrestrità. 
Prospettiva, questa, che si evince soprattutto dal tracciato gestuale delle sculture, nel reciproco movimento di contrizione e slancio, di blocco e apertura da loro espresso. Esse si fanno indizio di un passaggio, annuncio di una possibile vita nova anziché di una sua effettiva realtà: e, come in ogni processo metamorfico, tutta l’azione si concentra in un’antinomia, nell’alternanza di due stati che cercano conciliazione. 
L’uno reclina verso terra, per il peso a piombo stabilito dall’ovale di braccia e mani, qui, come in altri luoghi della sua opera, atteggiate a una posa di raccoglimento e protezione; l’altro si verticalizza, preme esternamente, spinge la figura a incolonnarsi seguendo la traiettoria di un’ek-stasis. Ma si tratta di una tensione impercettibile, sottocutanea, circoscritta all’area delle scapole, dalle quali, letteralmente, si sprigiona un’appendice in forma di secrezione calcarea – un esoscheletro, una grata alare.

Ho pensato a Ovidio e alle sue Metamorfosi. Ho pensato al modo in cui, per accedere a una nuova soglia, a una diversa immagine, la carne debba tribolare, sopportare una trazione, rigenerarsi. E al fatto che, come insegna questo libro, il più delle volte ci si scioglie dal proprio aspetto per sfuggire a una contingenza avversa, per sottrarsi dalla presa di un nemico, per portare a termine il proprio destino – cercando in una sembianza altra un’altra felicità. 
Ecco, per l’esile trama di queste fiamme metalliche, attraverso il fuoco purificatore della muta, questi angeli mi sembrano indicare proprio tale promesse du bonheur – una volontà di riscatto, una meta superiore.

Roberta Bertozzi 
2013
 
 
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu