Maurizio Cecchetti - Marina Fabbri

Vai ai contenuti

Menu principale:

Testi critici
 
L’impronta nascosta
materia e memoria
Maurizio Cecchetti

Mi sono avventurato nello studio di Marina Fabbri senza sapere che cosa avrei trovato. Al buio, per così dire. Sulla parola, per così dire. Varcata la soglia, quattro strani trofei se ne stavano appesi alla parete. Trofei umani, teste di donne. Il supporto che le teneva a muro era insolito, una struttura in fil di ferro s’intuiva sotto la pelle della terracotta, come un’anima. Mi ricordavano qualcosa di barocco, un sentimento di sogno e di abbandono. Voci. Ecco, non so dire perché, quelle teste mi hanno fatto pensare a voci che tornavano a farsi vive da un mondo remoto. Cose preziose che mi guardavano silenziose dall’alto, con i loro occhi sigillati in un sogno. Quelle trame di ferro erano l’impronta disegnata su cui l’artista aveva deposto la sua materia, la creta, con quella leggerezza incantata e frenetica che è della farfalla quando è stregata dalla fiamma della candela. Le donne ricordano tutto; perché lo vivono col corpo non con la testa. Così Marina Fabbri ha aperto un laboratorio di chirurgia plastica dove impasta materia e memoria: sono frammenti che tornano a parlare; corpi che si ricompongono su ferri da edilizia; voci che cercano, con una singolare cosmesi, di uscire dal nulla facendosi corpo di terra (o di carne). Ecco, ho già finito lo spazio a disposizione. Mi rimane da dire che quelle strutture di fil di ferro non erano predisposte dall’artista, ma cose “trovate”, dimesse, museruole per bovini (usate per impedire che mangiassero lo strame o il fieno che doveva essere raccolto). Il recto e il verso uniti da una memoria umile, quella di figli della terra, che accomuna tutti i viventi.

Maurizio Cecchetti

 
 
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu