Ilario Fioravanti - Marina Fabbri

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Testi critici
 

Ilario Fioravanti

Nel laboratorio del maestro Remigio, a Villa Verucchio, laboratorio di vasaio e ceramista è facile incontrare, spesso, oltre ai collaboratori, apprendisti, studenti, maestri di ceramica, scultori. 
Qui, alla fine dello scorso anno, osservai appoggiate sul pavimento diverse forme di piatti e vasi, che non erano fatti al tornio, ma modellati a mano, informali maiolicati o meglio colorati con materie spesse e dalle forti tinte monocrome. 
Remigio mi chiese subito un giudizio su queste opere ed io le definii per la forma e la materia “Barbariche”. Non avevo notato, nel laboratorio, la presenza di una giovane donna e quando mi fu presentata capii che era l’autrice e mi affrettai a spiegare il senso della parola che avevo usato. 
La incontrai ancora diverse volte e la vedevo modellare le sue figure con buona manualità e grande passione. Diventammo amici e lei spesso chiedeva il mio giudizio sulle opere che andava creando; ascoltava interessata le mie osservazioni che non sempre erano benevole. Modellava figure di donne in pose diverse e di dimensioni al vero. 
Oggi Marina che ha frequentato l’accademia d’arte ha prodotto molte opere. Osservandole si avverte subito una notevole differenza fra le prime e quelle attuali. 

“Fare sculture non è realizzare un oggetto, un’opera gradevole, naturalistica, <<bellina>>; fare scultura non è copiare la realtà ma è ricercare e ricercarsi in una inevitabile ed emotiva lotta con se stessi; è chiedersi il perché di ciò che circonda l’uomo. 
E’ la capacità di esprimere l’emozione, l’inquietudine, la gioia, l’infelicità. E’ una ricerca personale continua e sempre in divenire”. 
Oggi la nostra artista è in questa dimensione; supera l’attuale ed è gia nel domani per le sue esperienze e conoscenze. 
Vale qui quanto pensava e diceva il “vecchio pazzo per la pittura”; l’artista giapponese Hokusai: “oggi creo queste opere, quando sarò più vecchio sarò ancora più bravo e se arriverò a cent’anni produrrò opere eccezionali.” 
Questo è cosa penso della giovane artista. Dai primi risultati caratterizzati da una gradevole e naturalistica felicità di modellato, è entrata via via nelle forme scultoree con più ricerca e più interiorità, a volte è dura ma sempre legata ad un travaglio emotivo che nasce dal suo essere profondo e dalla sua vitalità sofferta. 
Ecco perché giudico barbariche le sue opere; barbariche perché intese come libertà creativa ed espressività violenta.

Ilario Fioravanti
Cesena, 4 ottobre 2006
 
 
 
 
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